BABAJI E I DEVOTI ITALIANI

Intensa colorita ricolma di ardore e di devozione la storia degli Italiani e Babaji, in effetti è composta da tante storie, piccole o grandi, ma tutte intense e partecipate. Anche se quando si parla di italiani tre sono i nomi da ricordare.

In primis Gora Devi (Valeria Bonazola) che ebbe il privilegio di essere accanto a Lui per buona parte dei 14 anni del Suo Insegnamento. Inoltre Janki Rani (Lisetta Carmi) che fondò a Cisternino, insieme a Fakiruli (italiana) e a Malti (tedesca), il primo ashram di Babaji al di fuori dell’India, per volere dello stesso Maestro. Poi Shani, “il re degli Italiani” come venne definito a suo tempo dal Maestro, attorno a cui si coagulò una cerchia di devoti caratterizzati tuttora dall’indossare abiti neri.

Ma ci sono anche le tante altre storie ed esperienze di Filippo, Paolo e Letizia, Renato Hansing, Nino, Amarnat, Tulsa Singh e Saraswati, Kali e i figli Kalusing e Linda, Prem, Giorgia, Simona, Farua e Faruli, Ganga, Enzo, Phulsing, Luksing, Karmasing, Ram Lota, Libero e tanti altri i cui nomi riempirebbero non poche pagine.

In questa pagina ne racconteremo qualcuna, anzi saranno i protagonisti a rivelarci, in modo sintetico, alcuni dei momenti e delle sensazioni vissute accanto al Mahavatar. Altre ne inseriremo, man mano che potremo raccoglierle. Invitiamo tutti i devoti a condividere con noi e tutti i devoti italiani la loro storia ed esperienza diretta con il Maestro.

Contattateci per inviarci la vostra testimonianza, saremo contenti di pubblicarla sul sito, e condividerla sulle reti sociali. Le testimonianze che abbiamo messo insieme per lanciare il nuovo sito sono tratte dai libri scritti dagli stessi devoti; i libri sono quasi tutti disponibili per lettura online alla nostra sezione libri ed e-books. Buona lettura. Bhole Baba Ki Jay!

15 aprile 1972. Siamo stati ad Almora, a vedere Babaji. C’erano tutti gli occidentali che vivono nei dintorni, ed anche maestri importanti come Shunia Baba e Guru Lama, tibetano.

Appena entrata nella stanza affollatissima, ho notato subito Babaji, seduto in alto, vestito di bianco. Mi sono incantata a guardarlo, bellissimo, radioso come un Cristo di altri tempi, molto serio, severo, ha gli occhi incredibilmente potenti e penetranti, scuri.

L’ho guardato negli occhi a lungo, ed ho avuto paura del suo potere, ma poi gli ho visto abbassare lo sguardo con una incredibile umiltà e tenerezza. Son rimasta magnetizzata a guardarlo per due o tre ore.

La gente intorno ha continuato ininterrottamente a cantare e a fare la fila per inchinarsi a lui. Ogni volta che qualcuno si inchinava, lui alzava la mano per benedirli e li guardava con uno strano sguardo di compassione.

Io non me la sono sentita di andare a inchinarmi, sono rimasta ad ammirarlo affascinata dalla sua bellezza e dalla perfezione della sua forma, simile ad una statua.

Sembra quasi che non respiri, che non si muova, ma guarda tutti negli occhi. Sento con un senso di disagio che percepisce i miei pensieri, che legge nella mia mente e che c’è un chiaro filo telepatico fra me e lui. Internamente gli faccio una domanda: “Dimmi, ti prego, la verità”.

Più tardi Babaji si alza per andare nella sua stanza, si muove in modo affascinante, sinuoso, preciso, come un felino, ha le gambe brune e snelle e cammina sempre a piedi nudi.

Chiamano me e Shanti nella sua stanza e per la prima volta, con un po’ di riluttanza, gli faccio un inchino. Chiede da che paese vengo e fa un sorriso radioso, percepisco come una scossa elettrica e mi sento invadere da un’onda luminosa, una voce mi dice che lo rivedrò.

Valeria Bonazzola (Gora Devi)

Da "Diario Indiano"

Nell’agosto 1977 Lisetta Carmi si reca per la prima volta ad Herakhan, il luogo santo dove babaji ha il suo ashram, e passa molte ore con lui, Va al fiume per il bagno pomeridiano con due fedeli e un giorno Babaji la prende sottobraccio e le dice “Janki, you have a simple nature. I like your nature”. “Mi chiedeva insistentemente se avevo capito, ripetendomi queste parole come se volesse che io ne comprendessi il significato profondo. Si, Babaji, ho capito. Devo conservare la semplicità del mio cuore che è la più grande ricchezza che Dio mi ha dato. Queste sue parole mi hanno sempre aiutato nel compito che mi ha affidato, mi hanno aiutato a prendere coscienza della mia natura più vera, e a essere felice di essere una persona semplice”. […]

Quell’anno Babaji le dedica la cerimonia più preziosa, il mundan: le taglia i capelli poi la manda al fiume perchè la sua testa sia completamente rasata e i capelli vengano offerti al fiume sacro Ganga. Tornata da lui, con un pennello e il colore oro le dipinge una grande svastica che le copre tutta la testa, dalla fronte alla nuca, da un orecchio all’altro, e le dice: “Da oggi l’energia ti arriverà dal cielo”. E il ricordo di Lisetta continua: “Quell’anno, salutandomi, Babaji mi diede due bastoni: uno liscio, dorato, da mettere nel tempio, l’altro tutto nodoso, grosso, con puntine aguzze. “E questo ti servirà per curare le persone”, mi disse. Io partii da herakhan tutta pelata e felice, con i due bastoni, risanata nel cuore dalle benedizioni di Babaji, con la coscienza di una trasformazione profonda di tutto il mio essere”. […]

L’impresa di realizzare un ashram a Cisternino non è semplice e soprattutto non ha alcuna esperienza su come si costruisca fisicamente un luogo accogliente, e anche su come diventare la guida spirituale di un gruppo di persone. Ma come la mancanza di esperienza non aveva rallentato il suo viaggio verso la fotografia, così il nuovo impegno suscita in lei solo entusiasmo. Due devote, Malti e Fakiruli, inizialmente l’affiancano, lavorando con lei. Poco alla volta le cose prendono la forma giusta, i devoti arrivano e la vita all’ashram, guidata con mano ferma, si svolge serenamente. […]

“Babaji nell’ottobre 1983 mi chiamò ad Herakhan, mi fece questo ultimo grandissimo dono di chiamarmi a Sé prima di lasciare il corpo, nel febbraio 1984. Passai con lui un mese, un mese divino in cui mi colmò di amore e di benedizioni, in cui mi diede gli ultimi insegnamenti che avrebbero reso forte e coraggiosa la mia vita sulla terra. […] Gli dissi che dovevo tornare in Italia perché avevo una madre vecchissima che mi aspettava, e dovevo lavorare. Mi disse: “Vai pure, Io sarò sempre con te, vengo con te in Italia”. E da quel momento, è vero, Babaji non mi ha mai più lasciata”.

Lisetta Carmi (Janki Rani)

Da "Le cinque vite di Lisetta Carmi", di Giovanna Calvenzi

La capacità di accoglienza del posto era limitata: non più di un centinaio di persone. Dal momento che in undici anni il nome di Babaji s’era diffuso in tutto il mondo attirando innumerevoli persone d’ogni nazionalità, risultava quindi un mistero come ad Hairakhan vi fosse sempre posto per chiunque venisse; sembrava che una regia superiore coordinasse a livello della volontà individuale, le partenze e gli arrivi.

Fra i vari gruppi che si formavano quello Italiano risultava il più numeroso e compatto. Un tempio era stato costruito da essi e perciò veniva definito ‘tempio Italiano’. Non solo. In alcuni momenti funzionava una specie di ristorante Italiano a pagamento dov’era possibile assaggiare gli spaghetti al dente: quasi un miracolo in India, in quel posto così lontano e solitario.

Il feeling fra gli Italiani ed il Maestro era molto intenso, una volta Egli aveva detto che tutti dovevano diventare santi ma prima dovevano trasformarsi in Italiani; del resto essi avevano un amore per Lui veramente profondo ed una dedizione esemplare, anche se non si poteva dire altrettanto per il karma yoga; in generale battevamo la fiacca di fronte ad un lavoro quotidiano che era notevole e vivace: Hairakhan sembrava un cantiere a cielo aperto.

Due erano i punti strategici dove venivano concentrate le energie lavorative. Nel lato superiore, vicino al tempio ed al kutir di Baba, venivano ampliate le poche abitazioni già esistenti e costruiti servizi per i contadini del luogo; al tempo in cui ero giunto una scuola ed un piccolo ospedale erano stati progettati ed in via d’esecuzione.

Dall’altro lato della valle, attraversato il fiume, nove alte costruzioni coniche erano state innalzate e dedicate ad altrettante divinità: nei pressi v’era la gufa o grotta sacra; in questo luogo Babaji s’era manifestato nel giugno del 1970. In essa aveva la sua dimora Prem Baba. Qui ogni giorno un pezzo di collina veniva trasformato in un giardino o in un terreno coltivabile. Fra le due sponde del fiume venivano quasi quotidianamente costruiti o reintegrati dei piccoli guadi che servivano per tenere collegati i due distinti quartieri. […]

Ogni minima trasformazione era diretta personalmente da Babaji, che si rivelava sommo ingegnere ed anche rispettoso al massimo per l’armonia dell’ambiente. Ogni cambiamento effettuato non recava alcuna ferita alla natura ma ne migliorava l’aspetto rendendola nello stesso tempo più vicina alle esigenze dell’uomo.

Libero Mangieri

Da "Om Aria Calda - Babaji Cosmico Joker"

Arrivai al buio, i vestiti bagnati, il cuore che batteva forte nel silenzio. Capii che ero nei pressi dell’ashram quando scorsi in alto delle luci. La notte era senza luna e tutto era ormai nero. All’improvviso un flash, una potente torcia volse il suo fascio di luce verso di me e si fermò illuminando una figura imponente: Babaji.

Era seduto su un sasso a quattro o cinque metri di distanza nella direzione verso cui stavo ancora correndo, mi bloccai istantaneamente. Si voltò verso di me, mi guardò un attimo e poi mi urlò: “What you want?” Mi avvicinai di un passo e risposi sommessamente: “I’m here for you”. Dissi il mio nome e cognome. Mi domandò da dove venivo. Pensai: “Perchè mi fai tutte queste domande, sai meglio di me chi sono.”

Si calmò improvvisamente e con voce dolce: “Now you take bath, after go arati.” Obbedii con gioia. Il mio unico desiderio lungo tutto il viaggio era stato di prendere il darshan della Ganga dopo quello di Babaji.

Maria Letizia Bencini (Titti)

Da "Giocando con Dio" (pp. 154-155)